E’ arrivato il momento di trarre le somme del violento uragano Melissa, che la scorsa settimana ha colpito i Caraibi, stabilendo dei record per diversi elementi legati alla sua intensità.
Martedì 28 ottobre, con la sua impressionante struttura circolare dotata di un occhio ben definito, ha toccato la costa della Giamaica come il più potente uragano atlantico noto al landfall (ovvero all’approdo in terraferma), a pari merito con il celebre uragano del Labor Day del 1935 in Florida (inizio settembre), sia per la velocità media del vento di 298 km/h (con raffiche superiori), sia per la bassa pressione atmosferica (892 hPa).
Una sonda meteorologica rilasciata da un aereo dei cacciatori di uragani della NOAA, ha rilevato venti fino a 406 km/h a una quota di 200 m in atmosfera libera: un record mondiale. Piogge che sono state oltre 1000mm in alcune zone.
Le peggiori devastazioni hanno colpito il settore occidentale della Giamaica, in particolare la città costiera di Black River, sommersa dalla marea di tempesta. A contribuire ai gravi effetti in terraferma è stata la bassa velocità di spostamento dell’uragano che ha fatto sì che indugiasse per molte ore sulle medesime zone.
Nonostante l’interferenza con i rilievi dell’isola ne abbia ridotto la forza, mercoledì ha raggiunto la parte orientale di Cuba ancora in categoria 3 (venti medi su un minuto fino a 195 km/h), causando gravi danni. Nell’isola di Hispaniola (Haiti e Repubblica Dominicana) Melissa si è fatta sentire soprattutto con piogge alluvionali.
Nel complesso si stimano provvisoriamente perdite economiche per circa 50 miliardi di dollari e almeno 56 vittime. Una tragedia, ma tutto sommato contenuta in proporzione alla violenza estrema dell’evento, grazie sia alla bassa densità abitativa del settore giamaicano più colpito e all’efficace allertamento della popolazione reso possibile da previsioni meteorologiche accurate.
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| Immagine ad infrarosso da CIRA-CSU |
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| Immagine satellitare a cura di CIRA-CSU |


